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LIVIO MINAFRA (MUNICIPALE BALCANICA) INTERVISTATO DA COOLCLUB.IT   PDF  Print  E-mail 
Tuesday, 07 February 2006

Da CoolClub.it Dicembre 2005 articolo di Gianpaolo Chiriacò
IL FUTURO Municipale Balcanica "Foua" Ethnoworld Records

La breve carrellata chiude dove era iniziata: all’interno della famiglia Minafra. Livio, il figlio di Pino, infatti, con la sua Municipale Balcanica rappresenta il futuro del fenomeno bandistico, e non solo perché i componenti sono tutti giovani ancorché abilissimi, ma anche perché la tensione a inserire elementi sempre nuovi e diversi è massima. Le tracce più interessanti, peraltro, sono proprio quelle originali, frutto della fantasia di Livio, un Daniele Sepe pugliese, in cui tutto si condensa in qualcosa di assolutamente innovativo.

L’ANIMA BALCANICA DELLA MUNICIPALE
Intervista a Livio Minafra di Gianpaolo Chiriacò

Pianista, fisarmonicista, scrittore, leader della Municipale Balcanica nonché autore di un disco in piano solo acclamato dalla critica internazionale, Livio Minafra, a soli ventitre anni, rappresenta già una felice sintesi tra le mille anime musicali pugliesi, espressione di un artista talentuoso e di una sensibilità vigile.

Livio, come nasce la municipale balcanica?
Per errore, come i bambini! Infatti si voleva fare una band che omaggiasse Fred Buscaglione e poi si è andati sul balcanico! E il bello è che man mano ci si è accorti che quella musica non era così lontana da noi, anzi, ci apparteneva, come pure la musica degli zingari, o quella ebraica, o quella francese. Il tema era diventato il Mediterraneo, con la sua pelle, per così dire, Sud-icia! Un’avventura non prevista, ma che quando è partita, è stata ‘na bomba per le vite di ciascuno. Oggi ciascuno dei componenti della Municipale è solare grazie al gruppo. Ci mettiamo tutta l’anima, soprattutto quella più radicale e libera.

Quanto contano, per voi, le musiche popolari?
Non è la musica popolare che conta per noi. È l’approccio della musica popolare che ci affascina. La spontaneità, la sovente amatorietà democratica del poter fare popolare. La possibilità di unire la ricerca delle radici geografiche alla ricerca di nuove radici, da conoscere e sintetizzare. Diciamo che il popolare e la free music sono oggi le musiche che più di altre non trascurano la propria individualità, anzi, la esaltano. Ma non esiste un genere per noi. Semmai un’appartenenza geografica, ma anche quella è "solo" il punto di partenza. Il genere è il genere umano, non è uno scaffale della Feltrinelli! Voglio sottolineare che oggi la musica popolare è la musica dal e del mondo. E come tale non è museificabile, semmai salvaguardabile. Voglio dire che è indispensabile conservarla e perpetuarla ma che essa stessa ha necessità di incontrarsi con altre culture per essere viva. E che siano incontri nati spontaneamente. Non a tavolino, se no è solo fenomeno.

Quanto è importante suonare dal vivo i vostri strumenti?
Abbiamo bisogno di comunicare. Secondo me per comunicare si deve sudare. Gli strumenti ci aiutano in questo. E poi ci aiuta anche l’improvvisazione libera, la possibilità di gridare, cantare, danzare, imbarazzarsi, cazzeggiare, provare gioia e dolore attraverso il proprio strumento.

In questo numero di Coolclub.it ci stiamo interrogando su cosa significhi "banda" oggi. Cos’è per te una banda? Il percorso di ricerca svolto da tuo padre (Pino Minafra) ti ha influenzato in qualche modo?
La banda è l’orchestra del meridione d’Italia. Ne è l’anima musicale più colta, o perlomeno lo era. Oggi è un fenomeno in decadenza e che serve a guadagnare la giornata (30, 40 euro). Invece è un territorio da esplorare e onorare ancora. E non con schifosi arrangiamenti di Blue Moon o la Macarena, ma con materiali originali e nuovi nati per banda. Così hanno fatto Alessandro e Antonio Amenduni; così hanno fatto Antonio ed Ernesto Abbate. Hanno amato la banda e scritto marce sinfoniche, allegre, funebri, di bellezza tale che lo stesso Puccini le ha osannate più volte. E poi la banda è un fenomeno sociale. Porta gratuitamente la musica nelle piazze. Toglie dalla strada tanti ragazzini per insegnar loro la musica, la vita, al posto magari di una pistola giocattolo. Li toglie al degrado e alla noia. Noi oggi però crediamo che la banda sia un’orchestra mal riuscita, che sia solo un-za-zà e stonature. Ed è come quando ci vergogniamo, per esempio, dei nostri prodotti tipici e poi negli Stati Uniti costano un occhio della faccia, e poi i tedeschi ne vanno matti. Il Sud subisce esso stesso il celebre proverbio: nemo propheta in patria.

Esiste, in Italia, un movimento sotterraneo fatto di bande popolari?
Esistono due tipologie di banda in Italia: quella rigorosa e classica, e quella anarchica. Ti ho già parlato della banda classica e del suo prestigio che spero riconquisti. Le bande anarchiche, invece, sono un fenomeno diffuso in tutta Europa. E anche in Italia, da sempre un po’ speciale rispetto alle altre nazioni, nel bene e nel male. Non bisogna soffermarsi sul lato formale ed "erroriale" di queste bande. Non perché lascino a desiderare, ma perché non è un dato né interessante né fondamentale. Fondamentale è qui lo spirito, la capacità democratica di unire ragazzi alle bande, senza leader e senza guide. Balza infatti una poeticità carica, incazzata e felliniana, assolutamente unica è ben più alta e nobile della pulizia formale classica (pur bella). Il fatto solo che mi fa incazzare è che queste bande sono così pure di spirito, e allo stesso tempo anticapitaliste, che sono disorganizzate alla follia. Mai un cd, mai partecipazioni in festival di un certo tipo. Solo strade, scioperi e centri sociali. Questo mi fa rabbia perché riduce il raggio di azione delle bande che invece meriterebbe tanto di più.

A che livello è un movimento politico?
Politico a livello puro. Idealista, filantropo e a tratti anarco-socialista quando pure marxista! Ma non è brutto che con tutto questo si prenda posizione politica. È slancio puro, autentico e sincero.

Avete partecipato al Vote for Vendola, ma cosa pensi a riguardo della situazione culturale pugliese?
Fiorente, vivace, curiosa e, nel suo, unica. Da far invidia ad altre regioni. Poi sulla gestione della cultura meriterebbe un’intervista mio padre, Pino Minafra. È un capitolo troppo grosso e trascurato. Diciamo che nel paese dell’arte si pensa ancora che l’industria sia l’unico cuore vero. Ignoranza becera. Eppure l’economia con la Cultura ci va a nozze, non va a nozze con l’ignoranza la Cultura, e nemmeno con il capitalismo selvaggio, come lo definiva Pasolini. Il problema è che non la si pensa proprio. Cultura è il protocollo di Kyoto, l’agricoltura biologica (meglio quella biodinamica), i padri Comboniani, e poi ci sono gli artigiani dell’arte (a torto chiamati artisti). La cultura è il colore che l’uomo dà alla vita e al pianeta. Mi sembra che invece vadano di moda il grigio e le pellicce.

La musica (Municipale Balcanica, Sud Ensemble, Canto General, i concerti in piano solo), oppure la letteratura, su quali vie pensi di continuare in futuro?
Sono abituato ad esprimere in tutti i modi. Esprimere fa sì che la malattia (le durezze della vita) diventino benattia (la possibilità di far tesoro della tristezza e creare positivo). Continuerò su queste strade. Le emozioni le trovo esplorando in profondità i progetti che ho creato o dei quali sono partecipe. Mi interessano meno le idee che nascono, si realizzano e poi muoiono per farne posto a delle altre. Oggi ho queste cose e ci gioco con senso di fantasia e protezione! Poi…vediamo!

Last Updated ( Tuesday, 21 February 2006 )

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