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LINEAMAGINOT   PDF  Print  E-mail 
Friday, 21 May 2004
La Lineamaginot che stiamo avvicinando in queste righe è un gruppo di origine marchigiana, che vanta già qualche importante esperienza, soprattutto dal vivo, avendo suonato con Bandabardò, Caravan De Ville, Yo Yo Mundi, Gang, Graziano Romani, solo per fare qualche nome. E non è un caso che gli artisti citati propongano, ognuno a suo modo, una forma di rock “resistente”.
Questo esordio della Lineamaginot è uscito lo scorso dicembre per la Ethnoworld e propone otto brani dai forti sapori cantautorali. Il suono è rock italiano nel senso più puro del termine, perché riprende la lezione dei nostri cantautori investendola della carica più sincera del rock. Sin dall’iniziale “Cercando” è chiaro come Renzo Canafoglia e compagni stiano cercando di affermare la propria identità, tenendo bene in mente tanto il Dylan di “Hurricane”, quanto i Gang di “Storie d’Italia” e di “Le radici e le ali” o i dischi più americani di De Andrè.
Determinante è il violino di Alessandra Franceschetti, incaricato di ribadire la melodia, ma anche di guidarla verso le parti più strumentali, in cui la band ha modo di esibire una sicurezza già rodata.
Al rock combattivo di “Il giudice” si alternano ballate che sembrano essere delle filastrocche, come “La porta”, “Birdy” e la conclusiva “Ninnananna intorno al mondo”, in odore di “Buonanotte ai suonatori” dei già citati fratelli Severini.
Si fanno notare per il loro valore anche le percussioni di Fabio Ubaldi, indispensabili per spingere su ritmi più rock, e l’armonica di Renzo Canafoglia, perfetta nel far risuonare echi blues negli anfratti delle canzoni. Lasciano invece qualche dubbio le entrate soliste della chitarra elettrica, trascinante, ma forse un po’ troppo spettacolare in “La porta” e “Maya”. La Lineamaginot è comunque una band già grande, mai banale nemmeno quando si lancia alla ricerca di quell’unica verità, troppe volte messa in pericolo dall’ipocrisia quotidiana (“Il giudice”).
Non si possono ancora dare medaglie al merito, ma il valore dimostrato sul campo non porta macchia alcuna e non lascia dietro di sé cadaveri: una volta tanto, c’è qualche buon motivo per schierarsi in prima linea.

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